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È passata ormai qualche settimana da quando i social network del gruppo Meta hanno inaugurato la loro nuova politica ad-free. Tuttavia, il cambio della strategia di business Facebook e Instagram desta non poche preoccupazioni tra le associazioni europee che lamentano presunte violazioni di diritti degli utenti.

La nuova politica di gruppo è il prodotto di una lunga battaglia che nell’ultimo anno ha coinvolto le Autorità Garanti europee e il colosso di Menlo Park. Infatti, Meta è stata più volte sanzionata alla luce delle modalità con cui raccoglie e tratta i dati degli utenti sui social network Facebook e Instagram; attività che sono risultate contrarie alle leggi europee sulla protezione dei dati personali.

È ormai da quasi un mese che Facebook e Instagram hanno inaugurato la loro nuova campagna di abbonamenti: gli utenti europei sono stati chiamati a scegliere se accettare di sottoscrivere un abbonamento premium ad-free (del costo di 9,99 o 12,99 euro) o se acconsentire a ricevere pubblicità targettizzata, continuando ad utilizzare la versione gratuita.

Dal punto di vista privacy, la nuova scelta ha le sue radici in un importante cambiamento della base giuridica per il trattamento dei dati personali. In passato, la base giuridica sulla quale Meta fondava il trattamento dei dati della sua pubblicità mirata è stata il legittimo interesse che, come anticipato, è stato giudicato inadeguato dalle Autorità. Per questo motivo, Meta ha deciso di modificare la base giuridica identificandola ora nel consenso dell’utente. Da ora in avanti i cittadini europei saranno costretti a prestare il loro consenso alla raccolta e al trattamento dei loro dati a fini pubblicitari. Chi non acconsentirà, ha deciso Meta, sarà costretto a pagare.

La decisione di Meta è stata, come ci si poteva aspettare, largamente criticata sia dalle autorità che dai consumatori e ha già spinto alcune associazioni a presentare reclami.

La prima associazione a schierarsi contro le politiche del gruppo è stata None of Your Business (noyb), fondata dall’attivista Max Schrems, che da sempre si fa promotrice di numerose battaglie a tutela del diritto alla privacy dei cittadini europei.

In un comunicato del 28 novembre 2023, noyb ha annunciato di aver presentato un reclamo all’Autorità Garante austriaca, al contempo paragonando la nuova strategia di business di Facebook e Instagram all’istituzione di una vera e propria tassa privacy.

Noyb argomenta il suo reclamo nel suo comunicato stampa spiegando che in base al diritto europeo, il consenso è valido solo se è liberamente prestato. Ciò allo scopo di garantire che gli utenti rinuncino al loro diritto fondamentale alla privacy solo se sono stati veramente liberi di farlo.

Secondo Max Schrems, la scelta a cui sono chiamati gli utenti non sarebbe invece libera. L’associazione evidenzia come il costo di un abbonamento a Facebook e Instagram potrebbe arrivare a costare fino a 251,88 euro all’anno. Se paragonato al ricavo annuo che Meta ha per ciascun utente europeo, pari a soli 62,88 euro ciò renderebbe il canone mensile decisamente sproporzionato.

Alcune ricerche condotte dall’associazione mostrano che in futuro la protezione dei dati potrebbe arrivare a costare 35.000 euro per una famiglia.

«Se Meta riuscirà a difendere questo nuovo approccio, sarà probabile che si scateni un effetto domino. Già ora, TikTok starebbe testando un abbonamento senza pubblicità al di fuori degli Stati Uniti. Altri fornitori di app potrebbero seguirli nel prossimo futuro, rendendo la privacy online inaccessibile. Secondo Google, una persona media ha 35 app installate sul proprio smartphone. Se tutte queste app seguissero l’esempio di Meta e applicassero una tariffa simile, le persone dovrebbero pagare una “tassa sui diritti fondamentali” di 8.815,80 euro all’anno» ha dichiarato noyb.

Di un simile avviso è anche l’Organizzazione Europea dei Consumatori (Beuc), che sostenuta dalle autorità di 18 paesi membri, ha presentato un reclamo per presunta violazione del diritto dei consumatori. In un comunicato stampa, Beuc ha definito le pratiche commerciali del colosso di Menlo Park «unfair, deceptive and aggressive», oltre che preoccupanti dal punto di vista della protezione dei dati. Il reclamo dell’associazione è fondato su quattro principali argomentazioni:

  • Inibendo temporaneamente l’utilizzo di Facebook e Instagram, il gruppo starebbe attuando una pratica commerciale aggressiva. «Through persistence and by creating a sense of urgency, Meta pushes consumers into making a choice they might not want to take»;
  • Presentando la scelta tra “opzione gratuita” e “opzione a pagamento” Meta starebbe ingannando i consumatori fornendo informazioni fuorvianti. Il servizio non sarebbe infatti gratuito, perché gli utenti continuerebbero in ogni caso a pagare, ma con i propri dati personali;
  • Alla luce del grande potere di mercato che detengono Facebook e Instagram i consumatori non avrebbero in realtà una vera scelta, perché se abbandonassero i servizi perderebbero tutti i contatti e le interazioni costruiti nel corso degli anni. «The very high subscription fee for ‘ad-free’ services is also a deterrent for consumers, which means consumers do not have a real choice»;
  • È probabile che molti consumatori pensino che, optando per l’abbonamento a pagamento così come viene presentato, otterranno un’opzione rispettosa della privacy che comporta meno tracciamento e profilazione, mentre in realtà, è probabile che Meta continuerà a raccogliere e utilizzare i dati personali degli utenti, ma per scopi diversi dalla pubblicità.

Non ci resta ora che attendere gli ulteriori sviluppi di questa vicenda, su cui continueremo a tenervi aggiornati.

Nel frattempo, per saperne di più sulla vicenda potete consultare i seguenti articoli: “Meta lancia la versione premium e ad-free dei suoi social” e “Pubblicità targetizzata: Meta su consenso come base giuridica”.

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