Il Tribunale di Milano si pronuncia in materia di utilizzo del marchio di un concorrente nell’ambito del keyword advertising

Il Tribunale di Milano si è pronunciato sull’utilizzo del segno di un concorrente quale parola chiave all’interno di un noto motore di ricerca.Con ordinanza del 17 agosto 2020, il Tribunale di Milano si è espresso sull’utilizzo del segno di un concorrente quale parola chiave all’interno di un motore di ricerca.

In particolare, con ricorso proposto ai sensi degli artt. 131 e 126 c.p.i. e 700 c.p.c., una società attiva nei settori della progettazione, produzione e commercializzazione di arredamento e complementi per uso residenziale e pubblico chiedeva al Tribunale di Milano di inibire ad una società titolare di una piattaforma e-commerce per la vendita di arredamenti l’uso non autorizzato del proprio marchio registrato quale parola chiave all’interno di un noto motore di ricerca.

Come stabilito dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel leading case in materia di keyword advertising, la sentenza Interflora (causa C-323/09), l’utilizzo del segno di un concorrente quale parola chiave in un motore di ricerca è da ritenersi di per sé lecito, in quanto simbolo di una sana e leale concorrenza. La decisione Interflora ha chiarito infatti come il titolare di un marchio abbia il diritto di vietare ad un concorrente di far uso di detto segno distintivo quale parola chiave solamente qualora “l’annuncio non consente o consente soltanto difficilmente all’utente di Internet normalmente informato e ragionevolmente attento di sapere se i prodotti o i servizi a cui l’annuncio si riferisce provengano dal titolare del marchio o da un’impresa economicamente collegata a quest’ultimo oppure, al contrario, da un terzo“.

Nel caso deciso dal Tribunale di Milano, l’uso del marchio del concorrente da parte della resistente è avvenuto includendo il segno anche nel titolo dei propri annunci pubblicitari. Pertanto, in linea con i principi stabiliti dalla Corte di Giustizia nella decisione Interflora, il giudice ha ritenuto che la resistente abbia sfruttato indebitamente la rinomanza e la notorietà del marchio della ricorrente, con l’intento di suggerire l’esistenza di una qualche relazione commerciale con la ricorrente.