L’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) nella creazione e produzione musicale sta aprendo nuove possibilità, mettendo sempre più alla prova i confini tra supporto tecnologico e apporto umano. A fronte di benefici evidenti sul piano creativo e produttivo, un impiego totalizzante e poco regolato di questa tecnologia può però generare criticità significative.
In occasione del Festival di Sanremo 2026, la rubrica “Musica Legalissima” vi accompagna per tutta la settimana con gli approfondimenti delle professioniste del Dipartimento Intellectual Property and Technology di DLA Piper su trend e fenomeni che stanno trasformando il mondo della musica.
Se l’AI diventa l’artista
Negli ultimi anni la diffusione di strumenti di generazione musicale basati su sistemi di intelligenza artificiale ha trasformato la produzione sonora globale. Secondo una recente analisi condivisa da Deezer, servizio di streaming francese, quasi una canzone su tre caricata sulla piattaforma sarebbe prodotta interamente dall’AI, ossia circa il 28% delle nuove tracce.
Che l’AI sia da tempo utilizzata nel settore musicale come strumento strategico e di supporto è un dato consolidato. L’introduzione di questa tecnologia nei processi creativi e produttivi porta con sé vantaggi concreti.
Gli algoritmi basati su AI possono fornire ai musicisti ispirazione per nuove composizioni e spunti creativi per sviluppi successivi, consentono loro di sperimentare con un maggiore varietà di stili e soluzioni, a costi e tempistiche ridotte. Oltre alla dimensione creativa, l’AI può migliorare l’efficienza di diverse fasi tecniche del processo produttivo (come l’allineamento delle tracce, le operazioni di mixeraggio o l’analisi del materiale audio) che risultano spesso complesse e dispendiose con metodi tradizionali, con effetti positivi in termini di precisione e ottimizzazione del lavoro. Inoltre, l’accessibilità di strumenti basati su AI favorisce un processo di democratizzazione della produzione musicale, consentendo a individui e artisti emergenti, con formazione e risorse limitate, di accedere a soluzioni di composizione e produzione sofisticati.
Si assiste però progressivamente all’emergere di trend più estremi, dove l’AI non si limita ad affiancare e potenziare la creatività umana, ma arriva a generare interi brani musicali, sostituendosi di fatto al processo autoriale, se non all’artista stesso.
Nell’ultimo anno, diversi progetti presentati come “artisti AI” hanno ottenuto notevole visibilità, entrando nelle classifiche musicali ufficiali. Tra questi, per esempio, il brano “Walk My Walk” del gruppo (inesistente) Breaking Rust ha raggiunto la cima delle classifiche dei brani musicali più ascoltati di Spotify e della Country Digital Song redatta da Billboard. Al di là del peso specifico e della rilevanza effettiva di questi risultati, episodi simili contribuiscono a rendere evidente un fenomeno in espansione.
In alcuni casi, l’impiego di AI è dichiarato pubblicamente dagli stessi “creatori”. Caso emblematico e molto discusso è quello della “cantante” R&B, Xania Monet, un avatar dalle sembianze umane, ideato dall’artista (questa sì umana) Telisha Jones, che scrive gran parte dei testi, lasciando a strumenti AI la componente musicale. In altri casi, invece, il confine tra umano e artificiale è meno trasparente. Di recente ha fatto molto scalpore l’artista Sienna Rose, acclamata come nuova voce soul-jazz con milioni di ascolti su Spotify, sulla cui identità e produzione musicale sono sorti ora sospetti che possano essere frutto di generazione artificiale.
A fronte degli innegabili vantaggi, un utilizzo totalizzante, poco trasparente o addirittura manipolatorio dell’AI nel settore musicale solleva inevitabili questioni sul piano giuridico, etico e creativo.
I rischi di un’AI troppo pervasiva
Un impiego incontrollato e indiscriminato di strumenti di AI nella generazione musicale comporta una serie di rischi, che non incidono soltanto sui diritti e sul lavoro degli artisti, ma più in generale sulla percezione, sulla fiducia e sulla stessa esperienza degli ascoltatori.
- Originalità dei brani: In primo luogo, l’utilizzo dell’AI, che spesso si basa su dataset di contenuti preesistenti, pone evidenti questioni di originalità dell’opera e tutela ai sensi del diritto d’autore, anche relativamente ai materiali utilizzati nell’addestramento del sistema AI. Non solo; da un utilizzo indiscriminato dell’AI nella produzione musicale può derivare altresì un progressivo appiattimento degli stili. Modelli ottimizzati per riconoscibilità, engagement e successo commerciale tendono a convergere verso pattern consolidati, piuttosto che esplorare territori realmente innovativi. In questo scenario, non è in gioco soltanto la paternità dell’opera, ma anche la fiducia dell’ascoltatore, chiamato a interrogarsi su chi – o cosa – stia realmente parlando attraverso la musica. L’originalità, categoria cardine del diritto d’autore, rischia così di trasformarsi in una variabile statistica, e l’esperienza artistica in un esercizio di probabilità computazionale.
- Bias e stereotipi nei testi: Un utilizzo non governato dell’AI nella generazione musicale può contribuire ad alimentare pregiudizi e discriminazioni. I modelli generativi, infatti, apprendono da dataset composti da contenuti chiaramente collocati culturalmente, rischiando di incorporare e riprodurre negli output bias, stereotipi o messaggi già presenti nei dati di addestramento. Da ciò potrebbe derivare una standardizzazione culturale, fino a un’omologazione del panorama musicale sul piano linguistico, tematico e simbolico. Il principio di mitigazione dei bias richiamato dalla normativa sull’AI impone un dovere di attenzione ad eventuali discriminazioni e pregiudizi operati dal sistema che non può essere ignorato nel settore creativo. Tuttavia, la neutralità dell’algoritmo è difficile da raggiungere, dal momento che dietro ogni modello AI vi è una selezione di dati per l’addestramento, e dietro ogni selezione, una scelta. Pertanto, diventa essenziale, in un’epoca che celebra la diversità (anche sui palchi degli artisti e dei festival più famosi, come il Festival di Sanremo), garantire l’intervento umano nel processo di creazione dei testi.
- Manipolazione e dinamiche di mercato: una produzione musicale totalmente automatizzata aumenta il rischio che, per ottimizzare le performance sulle piattaforme di streaming, i brani vengano progettati per massimizzare gli ascolti. Alla generazione musicale sintetica si affianca quindi l’uso dell’AI per analizzare e prevedere i trend di mercato, orientando (e potenzialmente manipolando) i gusti degli utenti per aumentare la visibilità. Questo potrebbe portare a effetti negativi sulla diversità musicale e sulla capacità degli ascoltatori di scoprire proposte realmente nuove.
- Trasparenza: secondo uno studio del 2025 promosso da Deezer e Ipsos, condotto su 9000 soggetti in 8 Paesi, il 97% dei partecipanti non è stato in grado di distinguere tra musica generata interamente dall’AI e musica composta da autori umani. Nello stesso studio, la grande maggioranza degli intervistati concorda sulla necessità che la musica creata artificialmente sia chiaramente identificate. Questa richiesta di trasparenza, che emerge chiaramente da studi come questo, è stata recepita a livello normativo in Europa. L’AI Act prevede infatti obblighi di trasparenza rafforzati per contenuti generati o manipolati da sistemi di AI, richiedendo che siano segnalati in modo riconoscibile per gli utenti e rilevabile in formato leggibile dalle macchine. Indicazioni operative più dettagliate per gli operatori dovrebbero inoltre essere sviluppate in un Codice di condotta dedicato a marcatura ed etichettatura dei contenuti generati dall’AI, il cui iter è in corso. Resta da capire in che misura, e con quali modalità concrete, queste nuove regole verranno effettivamente applicate e rispettate.
AI come potenziatore della creatività musicale, non come suo sostituto
Per arginare l’espansione dell’AI nella produzione musicale, alcune piattaforme, come Bandcamp, hanno vietato in maniera assoluta il caricamento di canzoni generate con software di AI, introducendo meccanismi di rilevazione e segnalazione.
Secondo alcuni, l’imposizione di divieti generalizzati non è però la strada più efficace in una prospettiva in cui la presenza dell’AI nella creazione musicale non può essere arrestata. L’obiettivo, infatti, non dovrebbe essere quello di sostituire l’artista, ma di ridefinire il ruolo dell’AI come strumento di potenziamento creativo. Gli sforzi collettivi dovrebbero, quindi, concentrarsi sull’introduzione di regole comuni e standard condivisi che definiscano come questa tecnologia possa essere impiegata in modo corretto anche nel settore musicale, ampliando le possibilità espressive senza svuotare di significato l’apporto umano.
La questione non è, quindi, se l’AI debba entrare nella musica, ma a quali condizioni possa farlo senza compromettere ciò che rende la musica un’espressione autenticamente umana.
Autrici: Deborah Paracchini e Maria Chiara Meneghetti

