La pubblicità relativa al gioco d’azzardo su YouTube può ora comportare una responsabilità diretta ai sensi del cosiddetto “Decreto Dignità” italiano, dopo che la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che una piattaforma che intrattiene un rapporto di partnership con i propri creatori basato sulla condivisione dei ricavi perde la protezione prevista per gli hosting provider.
La Corte di giustizia dell’Unione europea ha emesso una sentenza che gli operatori, le piattaforme e gli intermediari pubblicitari attivi in Italia non possono permettersi di ignorare. Il 16 luglio 2026, nella causa C-421/24 (AGCOM contro Google Ireland), la Seconda Sezione si è pronunciata sulla responsabilità di un fornitore di servizi di hosting per la pubblicità relativa al gioco d’azzardo di Google diffusa su YouTube, e l’esito rappresenta una vittoria significativa per l’Autorità per le Comunicazioni (AGCOM). La sentenza è disponibile nella banca dati CURIA.
Oggetto della causa AGCOM contro Google
La controversia ha origine da una decisione del 19 luglio 2022, con la quale l’Autorità italiana per le comunicazioni, l’AGCOM, ha inflitto a Google una sanzione di 750.000 euro per violazione dell’articolo 9 del Decreto-legge n. 87/2018, il cosiddetto «Decreto Dignità», che vieta qualsiasi forma di pubblicità diretta o indiretta del gioco d’azzardo, a prescindere dalle modalità con cui viene realizzata.
L’AGCOM ha accertato che Google aveva consentito la promozione di siti web di gioco d’azzardo attraverso video pubblicati da creatori di contenuti su cinque canali YouTube. Tali canali invitavano addirittura gli utenti, indipendentemente dalla loro età, a inviare filmati delle proprie vincite, in cambio di un compenso, affinché il creatore potesse trasmettere le vincite più consistenti. Oltre alla sanzione, l’AGCOM ha ordinato a Google di rimuovere 630 video.
Google ha vinto in primo grado. Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio (TAR Lazio) ha classificato YouTube come servizio di hosting e ha applicato l’esenzione da responsabilità che recepisce l’articolo 14 della direttiva sul commercio elettronico (direttiva 2000/31/CE). L’AGCOM ha presentato ricorso alla Corte Suprema Amministrativa, il Consiglio di Stato, che ha sottoposto due questioni pregiudiziali al Lussemburgo. Entrambe, come vedremo, si sono risolte a sfavore di Google.
- La direttiva sul commercio elettronico si applica affatto alla pubblicità del gioco d’azzardo?
La prima questione era di natura giurisdizionale. L’articolo 1, paragrafo 5, lettera d), della direttiva sul commercio elettronico esclude dall’ambito di applicazione della direttiva «le attività di gioco d’azzardo che comportano una posta in gioco avente valore monetario». L’AGCOM ha sostenuto che tale esclusione esclude del tutto l’applicazione della direttiva, escludendo completamente l’hosting della pubblicità relativa al gioco d’azzardo dal suo regime di «safe harbor».
La Corte ha adottato un approccio più mirato. Ha confermato che l’esclusione va interpretata in senso ampio e che comprende non solo il gioco d’azzardo in sé, ma anche le attività ad esso «intrinsecamente collegate», compresa la pubblicità online del gioco d’azzardo. La motivazione è quella ben nota: la regolamentazione dei giochi d’azzardo riflette profonde differenze morali, religiose e culturali tra gli Stati membri, pertanto ogni Stato deve mantenere la facoltà di regolamentare la pubblicità secondo la propria scala di valori.
Fondamentalmente, tuttavia, la Corte ha tracciato una linea di demarcazione tra la pubblicità e l’hosting di tale pubblicità. L’hosting, ha affermato, è neutrale rispetto al contenuto archiviato: l’archiviazione di un annuncio pubblicitario relativo al gioco d’azzardo non è diversa dall’archiviazione di qualsiasi altro contenuto e non è intrinsecamente legata al gioco d’azzardo. Ne consegue che un servizio della società dell’informazione consistente nell’hosting di video online rientra nell’ambito di applicazione della direttiva anche quando tali video contengono pubblicità relativa al gioco d’azzardo.
Per le piattaforme questa è una buona notizia, ed è un punto su cui Google ha fatto bene a insistere: non si perde l’intero quadro di tutela della direttiva semplicemente perché il contenuto promuove le scommesse. Ma le buone notizie finiscono qui.
- Perché Google ha perso la sua «zona di sicurezza» in materia di hosting
La seconda questione riguarda il punto cruciale della sentenza, su cui mi aspetto si concentrino la maggior parte dei commenti. Google poteva ancora avvalersi dell’esenzione per l’hosting prevista dall’articolo 14, dato il rapporto commerciale che intratteneva con i creatori attraverso il Programma Partner di YouTube?
La risposta della Corte è stata negativa, ed è proprio la motivazione a rendere importante la decisione. Basandosi sulla propria giurisprudenza nei casi L’Oréal (C-324/09), YouTube e Cyando (C-682/18) e la recentissima WebGroup Czech Republic (C-188/24 e C-190/24), la Corte ha ribadito che l’esenzione è applicabile solo a un intermediario il cui ruolo sia «neutrale», ovvero meramente tecnico, automatico e passivo, senza né conoscenza né controllo sui contenuti. La conoscenza e il controllo, ha chiarito, sono criteri alternativi e indipendenti: ne basta uno solo per far venir meno l’esenzione.
La Corte ha quindi fissato una soglia più bassa di quanto molti avessero ipotizzato. Non è necessario che la piattaforma abbia una conoscenza completa di tutto ciò che viene caricato. È sufficiente la conoscenza dei contenuti essenziali. E, cosa importante, i seguenti elementi, di per sé, non comportano la perdita dell’immunità:
- venire a conoscenza di specifici contenuti illegali in modo incidentale o casuale;
- ricevere una segnalazione da parte di terzi in merito alla presenza di contenuti illegali;
- l’adozione di misure tecnologiche volontarie per individuare contenuti che potrebbero violare la legge.
Ciò che ha superato il limite è stata la partnership stessa. Per ammettere un creatore al programma di condivisione dei ricavi, Google esaminava il tema principale del canale, i suoi video più visti e più recenti, nonché i metadati, e valutava l’originalità e la qualità dei contenuti, oltre ai controlli standard applicati a tutti i caricamenti. Tale revisione, sia essa automatizzata o umana, forniva a Google una conoscenza specifica dei contenuti essenziali del canale. In combinazione con la condivisione dei ricavi pubblicitari, ciò ha fatto uscire Google dalla posizione di «neutralità» e l’ha portata ad assumere un ruolo attivo.
La conclusione pratica, soggetta a verifica da parte del Consiglio di Stato, è sorprendente: esaminando quei canali, Google «non poteva ragionevolmente ignorare» che il loro tema principale fosse il gioco d’azzardo e che contenessero video che lo pubblicizzavano, in violazione dell’articolo 9 del Decreto Dignità. L’esenzione prevista dall’articolo 14 non è quindi applicabile.
Perché questo è importante per il divieto italiano di pubblicità del gioco d’azzardo
Non si tratta di un punto astratto del diritto dell’Unione europea. Si colloca direttamente sulla linea di frattura del divieto italiano di pubblicità del gioco d’azzardo.
Dal 2018, il Decreto Dignità ha introdotto uno dei divieti più severi d’Europa, conferendo all’AGCOM il potere di infliggere ai trasgressori una sanzione pari al 20% del valore della pubblicità e, in ogni caso, non inferiore a 50.000 euro per ogni violazione. L’applicazione della normativa ha ripetutamente preso di mira la zona grigia dei contenuti degli influencer e degli affiliati, come ho illustrato quando un tribunale italiano ha confermato una sanzione relativa ad accordi di affiliazione che coinvolgevano un creatore di contenuti. A seguito di questa sentenza, l’AGCOM dispone di strumenti molto più incisivi nei confronti delle piattaforme che monetizzano tali contenuti, non solo degli operatori e dei creatori che ne sono all’origine.
Il momento non potrebbe essere più delicato, poiché il divieto ha di fatto spinto la promozione proprio verso i canali oggetto di questo caso. Secondo l’Osservatorio sul gioco d’azzardo online illegale di Data Room Nexus, il mercato italiano del gioco d’azzardo online illegale vale oggi circa 20 miliardi di euro di ricavi lordi annui, con circa 4,5 milioni di utenti e oltre 13 milioni di accessi registrati solo nel primo trimestre del 2026. Nel 2025 sono stati bloccati oltre 1.000 siti illegali grazie a provvedimenti dell’Autorità italiana per il gioco d’azzardo, eppure i cloni “mirror” ricompaiono nel giro di poche ore; oltre il 90% delle visite proviene da smartphone, e Instagram, YouTube, Telegram e WhatsApp sono diventati le principali vie d’accesso all’ecosistema illegale.
Se si considera un mercato legale le cui entrate statali derivanti dal gioco d’azzardo nel 2025 si sono attestate a circa 11,47 miliardi di euro e un gioco online cresciuto di circa il 153% tra il 2019 e il 2024, il paradosso è difficile da ignorare: un divieto concepito per proteggere i consumatori ha contribuito a spostare la promozione del gioco d’azzardo verso canali digitali poco controllati, dove gli operatori illegali si muovono più velocemente di quanto le autorità di regolamentazione riescano a reagire. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ora comunicato a tali canali che la monetizzazione del traffico può costare loro la «zona di sicurezza».
Il quadro più ampio: la monetizzazione come nuova trappola di responsabilità
Se si va al di là delle specificità del gioco d’azzardo, emerge un principio più ampio. La Corte ha di fatto stabilito che un programma di affiliazione o di monetizzazione, abbinato a una revisione dei contenuti per l’ammissione dei creatori, trasforma un «host passivo» in uno «attivo», a conoscenza dei contenuti essenziali. Tale logica non si limita alle scommesse. Riguarda qualsiasi piattaforma che selezioni chi viene pagato, dalla condivisione di video al social commerce.
Ciò si allinea con la direzione tracciata dal Digital Services Act, che già spinge le piattaforme di grandi dimensioni verso una maggiore responsabilità per ciò che amplificano e monetizzano. Considerati nel loro insieme, la tendenza è chiara: più una piattaforma commercializza contenuti di terze parti, più diventa difficile sostenere che si tratti di un mero intermediario tecnico. Per chiunque stia sviluppando un’attività nell’ambito dell’economia dei creatori che tocchi il mercato italiano, questo è un parametro di conformità da tenere in considerazione fin dalla progettazione, non un aspetto da considerare a posteriori.
Inoltre, questa sentenza rende più acceso il dibattito sull’opportunità stessa di mantenere il divieto. Come ho già scritto in merito alla possibile abolizione del divieto e alle nuove norme sulla pubblicità responsabile del gioco d’azzardo, la questione centrale si sta spostando da «come adempiere agli obblighi?» a «il divieto dovrebbe ancora esistere?». Questa sentenza rafforza l’applicazione della normativa proprio mentre il dibattito politico a favore della riforma sta prendendo slancio, una tensione che definirà la prossima fase della legislazione italiana sul gioco d’azzardo.
Noi di DLA Piper forniamo consulenza a operatori, piattaforme, intermediari pubblicitari e investitori proprio su queste tematiche, dalla qualificazione dei servizi di hosting e di intermediazione alla pubblicità, alla sponsorizzazione e alla strategia di conformità nell’ambito del divieto italiano di pubblicità del gioco d’azzardo. Se desiderate valutare in che modo questa sentenza influisca sul vostro modello di monetizzazione o sulla vostra esposizione in Italia, io e il mio team saremo lieti di aiutarvi a orientarvi in questo percorso. Non esitate a contattarmi all’indirizzogiulio.coraggio@dlapiper.com .

