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L’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) ha recentemente pubblicato il nuovo studio sull’impatto economico delle industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (IPR-intensive), aggiornando l’edizione del 2022.

Il nuovo report fornisce dati macroeconomici aggiornati e introduce ulteriori elementi di analisi che consentono di chiarire in modo ancora più preciso il ruolo strutturale della proprietà intellettuale nell’economia europea.

I dati principali sono particolarmente chiari: nel periodo 2021–2023, le industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale (IPR-intensive) hanno generato il 30,6% dell’occupazione complessiva nell’Unione europea, in lieve aumento rispetto al 30,1% registrato nel 2017–2019 (tenuto conto delle differenze metodologiche tra le due edizioni dello studio).

In media, tali settori hanno impiegato oltre 65 milioni di persone nell’UE. Ancora più rilevante è il contributo in termini di produzione economica: nello stesso periodo, le industrie IPR-intensive hanno rappresentato il 47,9% del PIL totale dell’Unione, per un valore pari a 7.700 miliardi di euro.

I dati relativi al commercio estero evidenziano ulteriormente il grado di integrazione globale di questi settori. Le industrie IPR-intensive risultano significativamente più orientate agli scambi internazionali rispetto ai settori non IPR-intensive: il 76,4% delle importazioni dell’UE è costituito da beni e servizi provenienti da industrie ad alta intensità di PI, mentre la loro quota sulle esportazioni raggiunge il 78,3%. Complessivamente, tali industrie hanno generato un saldo commerciale attivo di 108 miliardi di euro, contribuendo a mantenere sostanzialmente in equilibrio la bilancia commerciale esterna dell’Unione.

Lo studio analizza anche il funzionamento del mercato interno. Oltre 7,2 milioni di posti di lavoro legati alla PI negli Stati membri sono creati da imprese con sede in altri Stati membri. In alcuni Paesi, tale occupazione transfrontaliera rappresenta oltre il 25% dell’occupazione totale nelle industrie IPR-intensive, a conferma dell’elevato livello di integrazione delle catene del valore all’interno del mercato unico.

Un ulteriore elemento strutturale riguarda salari e produttività. Le industrie IPR-intensive riconoscono retribuzioni significativamente più elevate rispetto agli altri settori, con un differenziale salariale (wage premium) pari al 40,9%. Ciò riflette un maggiore valore aggiunto per lavoratore e conferma il legame tra proprietà intellettuale, innovazione e performance economica.

Per la prima volta, lo studio analizza inoltre la relazione tra intensità di PI e capacità di attrarre capitale di rischio. I risultati sono particolarmente rilevanti: oltre l’88% del totale dei finanziamenti di private equity e venture capital nell’UE nel periodo 2021–2023 — pari a 70,7 miliardi di euro — è stato investito in start-up operanti in industrie IPR-intensive. Il dato conferma il ruolo centrale degli asset immateriali nel sostenere la crescita guidata dall’innovazione e nell’attrarre capitali.

Sotto il profilo metodologico, lo studio sviluppa ulteriormente l’impostazione delle precedenti edizioni, combinando i dati dei registri EUIPO ed EPO (marchi, design, brevetti) per individuare i settori IPR-intensive, integrandoli poi con i dati Eurostat su occupazione, valore aggiunto e commercio, nonché con i dati del database Crunchbase sui flussi di venture capital.

Nel complesso, il report rafforza una conclusione di carattere strutturale: le industrie ad alta intensità di proprietà intellettuale non rappresentano un segmento marginale dell’economia europea. Esse costituiscono un pilastro del mercato unico, un motore di creazione di occupazione transfrontaliera e un potente fattore di attrazione per gli investimenti privati. Per decisori pubblici e imprese, i dati confermano che la tutela della proprietà intellettuale è strettamente connessa a competitività, innovazione e resilienza economica di lungo periodo.

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