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Nel mondo dell’intrattenimento, dove il valore di un progetto è sempre più determinato dal suo posizionamento simbolico oltre che commerciale, anche il titolo di un album può dare origine ad un’azione giudiziaria. È quanto è accaduto alla famosa cantautrice Taylor Swift, coinvolta in un contenzioso per presunta violazione di marchio per l’uso del titolo del suo ultimo album “The Life of a Showgirl” come segno distintivo per i prodotti messi in commercio in relazione alla promozione del disco.

“Confessions of a Showgirl” contro “The Life of a Showgirl”

L’azione è stata instaurata dalla performer di Las Vegas, Maren Flagg, in arte Maren Wade, avanti alla corte federale in California contro Taylor Swift, la sua etichetta discografica ed altre società collegate. Parte attrice sostiene che Taylor Swift ha utilizzato come segno distintivo il titolo del suo album nonostante la forte somiglianza con il marchio “Confessions of a Showgirl”, impiegato da Wade per contraddistinguere la propria attività artistica.

Secondo quanto riportato nell’atto introduttivo del giudizio, il progetto “Confessions of a Showgirl”, avviato nel 2014 come rubrica su una rivista per raccontare da episodi e retroscena dell’esperienza della performer nel mondo dello spettacolo, si è evoluto in uno spettacolo dal vivo, un podcast e in un libro, tutti contraddistinti dallo stesso titolo. Il corrispondente marchio è stato registrato da U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) nel 2015 ed è designato per la classe internazionale 41, relativa ai servizi di intrattenimento, che ricomprende, tra gli altri, spettacoli dal vivo e produzione musicale e audiovisiva.

A partire dalla pubblicazione dell’album nell’ottobre 2025, i convenuti hanno utilizzato “The Life of a Showgirl” per contraddistinguere i singoli beni messi in vendita nell’ambito dell’attività promozionale dell’album. Tale utilizzo non si limiterebbe a una mera espressione artistica, ma assumerebbe la funzione di segno distintivo, idoneo a identificare l’origine commerciale e la provenienza dei prodotti, comparendo anche all’interno delle denominazioni dei prodotti stessi, come ‘The Life of a Showgirl Candle’, e ‘The Life of a Showgirl Hairbrush’.

Parte attrice segnala che la richiesta di registrazione del marchio “The Life of a Showgirl” era stata rigettata dall’USPTO, in quanto sussisteva un rischio di confusione con il marchio esistente di Wade. Secondo l’USPTO i segni, avendo una componente comune, ossia la dicitura “of a Showgirl”, risultano simili nell’aspetto e nel suono e trasmettono, nel complesso, un’impressione commerciale analoga. Inoltre, i prodotti e i servizi contraddistinti dai segni sono strettamente collegati, in quanto utilizzati nell’ambito di servizi di intrattenimento, inclusi spettacoli musicali e teatrali. Conseguentemente, i consumatori che si imbattono in entrambi i marchi potrebbero ragionevolmente ritenere che esista un legame tra le due parti.

Pur non essendo una decisione vincolante per il giudice, questo tipo di valutazione amministrativa rappresenta un indicatore importante, perché segnala che il rischio di confusione era stato individuato già al momento della richiesta di registrazione del marchio. Secondo l’atto depositato da Wade, nonostante tale rifiuto e l’avvertimento che “The Life of a Showgirl” poteva essere confuso con il marchio già registrato, l’utilizzo del segno sarebbe proseguito nell’ambito di una strategia commerciale di merchandising che ne ha favorito l’immissione su scala globale, assicurandone una diffusione capillare in grado di raggiungere milioni di consumatori. Pertanto, la violazione del marchio tramite l’uso commerciale del titolo dell’ultimo album di Taylor Swift sarebbe stata intenzionale.

Secondo parte attrice, “The Life of a Showgirl” è, sotto il profilo visivo, fonetico e dell’impressione commerciale complessiva, idoneo a generare confusione rispetto al marchio attoreo “Confessions of a Showgirl” circa l’esistenza di un’affiliazione, collegamento o associazione tra attrice e convenuti, inducendo il pubblico a ritenere che i rispettivi brand/prodotti siano derivati, sponsorizzati o comunque connessi tra loro. Dal momento che la somiglianza interviene su più livelli, secondo parte attrice, è immediata. La frase “of a Showgirl” rappresenta il fulcro identitario di entrambe le espressioni, mentre la struttura simile di entrambi i titoli contribuisce a creare un effetto di familiarità. Tale somiglianza potrebbe confondere il pubblico: entrambi i segni sono utilizzati nello stesso mercato e diretti agli stessi consumatori, dal momento che sono associati a progetti di intrattenimento, con il risultato che molti potrebbero pensare a un collegamento tra le due realtà.

Altri profili della controversia

La controversia non si limita alla contestazione della violazione del marchio in senso stretto per l’utilizzo commerciale del titolo dell’album di Taylor Swift. Include anche profili di concorrenza sleale e “false designation”, che vieta la commercializzazione di beni o servizi presentandoli in modo tale da far credere ai consumatori che provengano da un soggetto diverso da quello reale. Nel settore dell’intrattenimento, dove il branding personale e la riconoscibilità sono elementi centrali, questo tipo di ambiguità può avere conseguenze rilevanti.

In questo contesto, un aspetto implicito ma cruciale della controversia riguarda l’asimmetria tra le parti. La controversia vede da un lato una delle artiste più influenti al mondo, con una capacità di diffusione globale e immediata dei propri contenuti, che vanta anche uno dei più ampi portafogli marchi nel settore musicale, e dall’altro un progetto indipendente che si fonda su un unico marchio. Secondo Wade, in questo contesto, sussiste il rischio di una sorta di “sovrascrittura” (“reverse confusion”) del marchio antecedente e meno noto: questo potrebbe essere progressivamente oscurato dall’enorme visibilità del prodotto legato ad una figura nota su scala internazionale, quale Taylor Swift, fino al punto che il marchio antecedente sarebbe considerato come derivato o una copia di quello successivo.

Secondo quanto riportato nell’atto introduttivo, il progressivo indebolimento del marchio attoreo metterebbe a rischio l’intero brand di Wade. Parte attrice, fa, infatti, riferimento anche ai risultati che compaiono sui motori di ricerca: cercando online il marchio “Confessions of a Showgirl”, compaiano sempre più spesso per primi contenuti collegati a Swift, rendendo più difficile quelli collegati al progetto Utilizzando “The Life of a Showgirl” come segno distintivo in relazione a beni di consumo diffusi su scala globale, i convenuti avrebbero sfruttato una capacità commerciale nettamente superiore per sopraffare il marchio anteriore e indebolirne sia la funzione distintiva sia l’avviamento.

Wade chiede un risarcimento di importo non quantificato, sostenendo di aver subito un grave danno alla propria attività, alla reputazione e al valore costruito attorno al suo marchio “Confessions of a Showgirl”. È stato richiesto anche un provvedimento che faccia cessare e interrompere in via definitiva qualsiasi uso del segno “The Life of a Showgirl”, o di qualsiasi denominazione simile, come marchio o come indicazione distintiva in relazione a qualsiasi bene o servizio.

L’importanza della tutela del marchio nel settore dell’intrattenimento

Al di là del possibile esito del giudizio, il caso mette in evidenza una tensione sempre più marcata nell’industria creativa contemporanea. La libertà artistica, che tradizionalmente gioca con archetipi, riferimenti culturali condivisi e forme narrative comuni, si confronta oggi con un sistema di tutele legali sempre più sofisticato, in cui persino elementi apparentemente generici possono assumere un carattere esclusivo se collocati in un contesto commerciale specifico. Questa dinamica riguarda non solo la musica, ma anche cinema, editoria e media digitali, dove il valore di un titolo, di un brand o di un concept creativo può tradursi in asset economici rilevanti.

È proprio in questo equilibrio delicato che si muove l’industria dell’intrattenimento moderna. La scelta di un titolo o di un nome non rappresenta più unicamente un atto creativo, ma diventa un passaggio strategico che richiede approfondite verifiche legali, attenzione a segni distintivi e marchi preesistenti e piena consapevolezza del mercato di riferimento.

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