Una convergenza di sviluppi normativi, cambiamenti nelle policy dei provider e dati di mercato sta rendendo evidente una verità fondamentale sull’AI in ambito legale: la tecnologia deve essere progettata (e operare) per supportare, non sostituire, i professionisti abilitati. Per i team legali interni che valutano fornitori di legal tech, comprendere queste dinamiche è essenziale per effettuare investimenti tecnologici strategici che restino validi e conformi nel tempo.
Evoluzione delle policy sugli LLM: dai disclaimer ai guardrail architetturali
Uno dei più noti provider statunitensi di LLM ha recentemente aggiornato le proprie policy d’uso con una precisazione significativa: gli utenti non possono utilizzare i loro servizi per fornire consulenze personalizzate che richiedono una licenza professionale, come pareri legali o medici, senza il coinvolgimento appropriato di un professionista abilitato.
Questa policy ora si applica non solo all’interfaccia chat, ma anche ai contratti , il che significa che governa le integrazioni API, le implementazioni RAG (Retrieval – Augmented Generation) e la tecnologia che alimenta molti servizi di AI utilizzati dalle aziende di legal tech. Il principio è chiaro: l’attività di consulenza legale, come quella medica, riguarda l’amministrazione della giustizia e la tutela dei diritti fondamentali. Si tratta di attività intrinsecamente critiche che non possono fare affidamento su processi completamente automatizzati.
Non si tratta di uno sviluppo isolato. La legislazione italiana sull’AI (Legge 132/2025, art. 13) affronta esplicitamente il tema, richiedendo che l’AI fornisca solo “attività strumentali e di supporto” con una “prevalenza dell’opera intellettuale dei professionisti abilitati”.
È probabile che anche altri importanti provider di LLM seguano la stessa direzione, guidati non solo da preoccupazioni legate alla responsabilità, ma da una crescente consapevolezza che le tecnologie strumentali richiedono adeguate salvaguardie quando vengono impiegate in ambiti che incidono sui diritti fondamentali.
Implicazioni per l’approvvigionamento tecnologico dei team legali interni
Dati recenti dell’indagine realizzata dall’Association of Corporate Counsel e Everlaw – basata su risposte di 657 professionisti legali di 30 Paesi – offrono indicazioni importanti sullo stato attuale di adozione dell’AI nel settore legale:
- Il 91% dei professionisti in ambito giuridico indica l’aumento dell’efficienza come principale beneficio della GenAI, a conferma del riconoscimento diffuso del valore della tecnologia come strumento di supporto.
- Il 58% dei legali in house afferma che i propri dipartimenti sono i principali promotori dell’adozione della GenAI, segnalando che le decisioni di procurement sono fortemente in mano ai team legali aziendali.
- Il 20% incoraggia già i propri studi esterni all’utilizzo della GenAI, percentuale in crescita con la maturazione dell’adozione.
- Il 20% ha già riscontrato tempi di risposta più efficienti nel lavoro legale grazie a workflow abilitati dalla tecnologia.
- Il 43% prevede un aumento dei modelli di billing basati sul valore, indicando un’evoluzione nel modo in cui i servizi legali vengono erogati e tariffati.
Considerate nel loro insieme, queste tendenze suggeriscono che la professione legale si sta avviando verso un’evoluzione significativa in ruoli e competenze. L’alta adozione dell’AI, combinata con requisiti sempre più rigorosi di supervisione professionale, non significa meno tecnologia, ma una più sofisticata integrazione tra tecnologia e giudizio professionale. I dipartimenti legali avranno sempre più bisogno di professionisti in grado di progettare, implementare e supervisionare questi sistemi ibridi: legal engineer, professionisti con competenze tecniche approfondite e avvocati che comprendano non solo il diritto, ma anche l’architettura degli strumenti che utilizzano.

