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Le recenti notizie relative alla presunta cessione della società che gestisce i diritti economici e commerciali legati all’immagine e al brand di Khaby Lame, per una valutazione prossima al miliardo di dollari, offrono lo spunto per una più ampia riflessione sull’evoluzione del diritto della proprietà intellettuale nell’economia digitale e, in particolare, sul ruolo dell’identità personale come nuovo asset giuridico ed economico.

Khaby Lame, il creator più seguito al mondo su TikTok e noto a livello globale per i suoi video caratterizzati da un linguaggio non verbale, e dunque universale, dimostra come la fama ottenuta online possa tradursi in un complesso sistema di diritti sfruttabili economicamente, ben oltre il singolo contenuto audiovisivo. La figura del content creator, infatti, è ad oggi riconducibile non più soltanto alla mera produzione di contenuti per i social media, ma assume i contorni di un brand personale, dotato di valore economico e dunque trasferibile.

L’operazione, secondo le prime notizie, non si limiterebbe infatti alla gestione tradizionale delle collaborazioni commerciali, ma includerebbe anche lo sviluppo di un “gemello digitale”, basato su tecnologie di intelligenza artificiale, capace di replicare tratti distintivi dell’immagine, della gestualità e dell’espressività del creator.

Dal punto di vista giuridico, il caso solleva interrogativi rilevanti sul rapporto tra diritto all’immagine e diritti della personalità, diritti di proprietà intellettuale e sfruttamento economico della propria identità digitale.

Nel nostro ordinamento, il diritto all’immagine è tradizionalmente qualificato come diritto personalissimo, indisponibile e intrasferibile nella sua essenza. Tuttavia, è pacifico che lo sfruttamento economico dell’immagine possa essere oggetto di licenza o autorizzazione contrattuale, entro limiti ben definiti.

L’ipotesi dello sviluppo di un gemello digitale di Khaby Lame apre scenari inediti sotto il profilo della proprietà intellettuale. Un digital twin non è una mera riproduzione statica, ma un sistema capace di generare contenuti autonomamente, adattarsi a contesti linguistici e culturali differenti, operare su più mercati e piattaforme in modo simultaneo. Ciò pone questioni cruciali in tema di titolarità dei diritti sulle opere generate dall’intelligenza artificiale, limiti dell’autorizzazione concessa dal titolare dell’immagine, responsabilità per i contenuti prodotti dal gemello digitale, durata e revocabilità del consenso allo sfruttamento dell’identità digitale.

Il caso Khaby rappresenta un laboratorio avanzato di ciò che potrebbe diventare una prassi diffusa nel prossimo futuro. Sempre più creator, artisti e personaggi pubblici potrebbero strutturare la propria attività attraverso cessioni o licenze di diritti economici e utilizzo di avatar e identità virtuali.

Tuttavia, questa evoluzione impone una riflessione profonda sui limiti giuridici dello sfruttamento dell’identità umana, sulla tutela della dignità personale e sulla necessità di un equilibrio tra innovazione tecnologica e diritti fondamentali.

In questo senso, Khaby Lame non è solo un caso mediatico, ma un esempio lampante di come la proprietà intellettuale stia evolvendo, spostando il proprio baricentro dall’opera al soggetto, dall’atto creativo all’identità stessa del creatore.

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