Uno studio del Parlamento europeo analizza se le loot boxes sono un gioco d’azzardo

Il Parlamento europeo ha analizzato in uno studio la possibile qualifica delle loot boxes come gioco d’azzardo il che comporterebbe limitazioni ingiustificate alla loro operatività.

Il settore del gambling rimane ancora tra quelli in cui gli Stati continuano a esercitare a pieno la propria sovranità per motivi di “ordine pubblico“. Tuttavia, l’Unione europea sembrerebbe cominciare a muovere i primi passi verso una potenziale futura armonizzazione della materia, almeno attraverso mere raccomandazioni.

La Commissione interna al Parlamento europeo per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), infatti, ha pubblicato uno studio sulle loot boxes dei videogiochi – ossia sulle scatole contenenti oggetti di vario tipo selezionati in modo casuale (solitamente attraverso un algoritmo) acquistabili tramite moneta virtuale o denaro reale – che potrebbe legittimare la loro qualificazione come gioco d’azzardo, anziché come attività di mero intrattenimento.

Sebbene solitamente siano “microtransazioni” quelle che consentono l’acquisto di tali scatole misteriose, secondo alcuni studiosi queste ultime potrebbero servire da gataway del gioco d’azzardo (Drummond & Sauer, 2018). Se così fosse, bisognerebbe cominciare a riflettere sulle conseguenze – tanto psicologiche quanto finanziarie – che si ripercuoterebbero soprattutto su una parte del pubblico cui sono rivolti i videogiochi che prevedono l’acquisto di features aggiuntive tramite loot boxes e, cioè, i minori.

Diverse indagini hanno rivelato che l’offerta delle loot boxes possa contribuire a generare nel giocatore comportamenti di gioco problematici, come, ad esempio, “un irresistibile impulso al gioco e una crescente tensione che potrebbe essere alleviata solo giocando” (Desai et al., 2010). Sebbene gli studiosi ammettano di non poter ancora dimostrare che l’acquisto delle loot boxes sia la causa – o una delle cause – dell’insorgere di tali comportamenti potenzialmente patologici, finora sono stati in grado di provare che “alcuni meccanismi alla base delle loot boxes utilizzano bias comportamentali per vendere contenuti” (King & Delfabbro, 2018; Søraker, 2016) e mettono in essere strategie di prezzo e di offerta che possono causare conseguenze finanziarie.

Alla luce di tali studi, alcuni Stati, come i Paesi Bassi e il Belgio, hanno pertanto cercato di arginare la trasformazione di queste loot boxes in veri e propri sistemi del gioco d’azzardo, classificandole come elementi di gambling al fine di applicare loro la relativa disciplina legale.

Lo studio dell’IMCO, tuttavia, fornisce delle linee guida agli altri Stati che intendano regolamentare la questione, raccomandando la qualificazione delle loot boxes come gioco d’azzardo solo in quei casi in cui sia possibile riscontrarvi le tre caratteristiche principali caratterizzanti il gioco d’azzardo e cioè solo quando sussista:

  1. un corrispettivo per l’acquisto del bottino virtuale,
  2. l’elemento della casualità nel risultato dell’acquisto e
  3. la possibilità di vincere un premio che abbia valore monetario.

Il primo requisito è automaticamente soddisfatto nei giochi in cui le loot boxes possono essere acquistate direttamente con denaro reale; nel caso in cui il pagamento avvenga con moneta virtuale di gioco, questa dovrà essere collegata al denaro reale. Il secondo requisito invece richiede che il premio del bottino non sia conoscibile a priori dal giocatore e che venga determinato dall’algoritmo del gioco. Infine, il terzo requisito comporta la necessità che il premio ottenuto abbia un valore traducibile in valuta reale che non è presente nella maggior parte dei casi.

Tale valutazione avviene però in modo diverso in Belgio e nei Paesi Bassi, in cui gli editori di videogiochi sono stati obbligati a rimuovere l’offerta delle loot boxes dai giochi immessi sul mercato dei due paesi con il rischio di ricevere una multa fino a € 830.000 e di essere perseguiti penalmente in caso di inadempienza. Tale decisione è stata giustificata in Belgio da una diversa valutazione del terzo requisito, secondo la quale non è necessario che la ricompensa dell’attività del gioco d’azzardo abbia un valore monetario, essendo sufficiente che abbia un valore per il giocatore (come riporta lo studio dell’IMCO, ad esempio, “la scarsità di un oggetto virtuale”). Nei Paesi Bassi, invece, la ricompensa deve avere un valore di mercato che ne renda possibile il commercio, pertanto anche le loot boxes del tipo E-I (come ad esempio, quelle contenute FIFA 17 Ultimate Team) sono classificate come gambling.

Ci sembra che l’interpretazione assunta dalle autorità del Belgio e dei Paesi Bassi sia eccessiva e non tenga conto dell’effettiva natura delle loot boxes che attribuiscono un premio che non è possibile in alcun modo estrarre dal gioco.

Rimane tuttavia aperto il dibattito sull’argomento e, sulla medesima questione, è possibile leggere l’articolo “Le loot boxes non sono un gioco d’azzardo per le autorità regolatorie, ma l’House of Lords inglese dissente“.