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Google deve pagare USD 29,5 sulla base di accordi transattivi con Indiana e Washington D.C. per tracciamento illegale dati relativi alla posizione dei propri utenti.

Lo scorso dicembre 2022, Google ha concluso un accordo transattivo con gli Stati di Washington D.C. e dell’Indiana per un totale di 29,5 milioni di dollari a causa del tracciamento illegale della posizione dei propri utenti che obbligherà il gigante del tech anche all’adozione di misure volte a garantire maggior trasparenza e consapevolezza nel trattamento dei dati personali.

L’indagine contro Google per il tracciamento illegale dei propri utenti

Il tracciamento irregolare della posizione attraverso le applicazioni di Google comporta problemi alla privacy per circa 2 miliardi di utilizzatori del software Android di Google e per centinaia di milioni di persone in possesso di un iPhone. “Dalle indicazioni di guida di Google Maps che mostrano come evitare il traffico, alla ricerca di Google che segnala i ristoranti locali e informa su quanto siano frequentati”, sembra che la società dei dati odierna non possa fare a meno di semplificare la quotidianità attraverso i servizi offerti dall’azienda di Mountain View. E’ Google stessa a ricordarci il ruolo essenziale che ormai ricopre nelle vite di sempre più utenti, in una dichiarazione recente pubblicata sul proprio sito ufficiale in risposta alle accuse ricevute da ben 40 procuratori statunitensi.

Le indagini che hanno ritenuto le pratiche di Google come fuorvianti e ingannevoli risalgono al 2018, con la pubblicazione di un report da parte dell’Associated Press (AP) dove veniva messo in evidenza il trattamento illegittimo dei dati riguardanti la posizione degli utenti. Facendo leva sulle evidenze apportate da AP, confermate da studi di ricercatori informatici di Princeton, i Procuratori Generali della coalizione di Stati hanno rivolto al colosso digitale le seguenti accuse:

  1. tracciamento irregolare della posizione geografica degli utenti contro il loro consenso, nonostante le impostazioni iniziali dell’account relative alla cronologia di localizzazione e alle attività web & app venissero disattivate e
  2. raccolta dei dati così ottenuti, utilizzati per profilazione a scopi pubblicitari, alimentando un profitto per l’azienda di miliardi.

Tracciamento irregolare anche senza il consenso

Google Maps permette di scegliere se acconsentire al tracciamento della propria posizione per la navigazione, visualizzando così una cronologia (“timeline”) che mappa i movimenti quotidiani dell’utente. Secondo la pagina di supporto offerta dalla big tech, è possibile disattivare in qualsiasi momento tale tracciamento di posizione ed evitare la memorizzazione dei luoghi frequentati dall’utente. L’indagine dell’AP, corroborata dai ricercatori di Princeton, ha dimostrato il contrario.

Le repliche e misure adottate da Google

La chiusura extragiudiziale della questione e la dichiarazione rilasciata sul proprio sito a proposito delle accuse di trattamento irregolare dei dati di posizione determineranno una riorganizzazione da parte di Google delle modalità con cui le proprie applicazioni trattano i dati personali, assieme alla comunicazione chiara e trasparente degli usi che di questi vengono fatti. La big tech ha sottolineato l’adozione delle seguenti misure volte ad incrementare la tutela dei propri utenti e la libertà di scelta sulle impostazioni di posizione:

  1. la possibilità di controllare l’auto-cancellazione automatica dei propri dati, impostandone la conservazione progressiva per 3, 18 o 36 mesi alla volta;
  2. la modalità incognito su Google Maps, per impedire a luoghi o ricerche di navigazione di essere salvati nel proprio account; e
  3. la riorganizzazione della disposizione delle informazioni relative alle impostazioni chiave della posizione, rendendole accessibili in modo trasparente direttamente dalle impostazioni iniziali.

Stando al progetto di rilancio di Google, nei prossimi mesi verranno resi disponibili miglioramenti incentrati su trasparenza e controllo dei dati di localizzazione.

L’esigenza di regolare il modo in cui le big tech raccolgono ed utilizzano i dati dei propri utenti è sempre più pressante, tanto che il caso di Google continua una battaglia già da tempo in corso tra autorità garanti della privacy e aziende che dei dati personali fanno una delle prime fonti di profitto. Rimane importante mantenere alta l’attenzione non solo sulla necessità di fornire le dovute informazioni sul trattamento con completezza e dettaglio, ma anche porre l’accento sul modo in cui queste informazioni vengono comunicate, evitando il rischio di sfruttamento delle c.d. “dark patterns”.

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