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Il 14 marzo 2024, l’assemblea nazionale francese ha approvato una proposta di legge che prevede l’introduzione in Francia di una tassa per i venditori di prodotti di fast fashion all’interno del paese, allo scopo di disincentivare la vendita e l’acquisto di abbigliamento a basso costo, ma con un alto impatto sull’ambiente e sulle condizioni di vita dei lavoratori.

L’abbigliamento è diventato negli anni più accessibile grazie alla rapida produzione e distribuzione dei capi a prezzi sempre più bassi. Tuttavia, questa economia del fast fashion ha un costo significativo per il pianeta. L’industria della moda, apprezzata per la sua creatività e innovazione, è infatti tristemente nota per il grave impatto che ha sull’ambiente, rappresentando, infatti, una delle industrie più inquinanti, arrivando a produrre quasi un quarto delle emissioni globali di CO2.

Con questa nuova avanguardista proposta legislativa, la Francia si fa pioniere nell’adozione di misure legislative volte a mitigare l’impatto ambientale derivante dal diffuso mercato dei capi di abbigliamento di fast fashion, frutto di una produzione a basso costo, spesso remota e delocalizzata, e notoriamente caratterizzati da un’elevata impronta ecologica.

La proposta di legge n. 2129 è stata presentata a fine febbraio dalla parlamentare Anne-Cécile Violland, del partito di centro destra Horizons et apparentés (Orizzonti e prospettive), e ha ricevuto il sostegno del governo. Ora, dopo l’approvazione dell’Assemblea ottenuta il 14 marzo, la proposta dovrà passare in Senato.

Il 14 marzo, come comunicato dal ministro della Transizione Ecologica, Christophe Bechu, la Francia ha avanzato questa storica proposta di legge che, tra le principali misure, prevede il divieto di pubblicità per i tessuti economici e l’introduzione di una tassa ambientale da applicare sui prodotti del fast fashion, rappresentando così un importante passo verso un settore tessile più sostenibile. Questa iniziativa, la prima di questo genere nel mondo, evidenzia l’impegno della Francia nel promuovere un cambiamento significativo nel settore della moda e incoraggiare altri paesi a seguire il suo esempio.

Il settore della moda francese, così come accade nella maggior parte dei paesi, è stato ormai invaso da prodotti importati a basso costo. Tuttavia, la principale preoccupazione rimane l’impatto ambientale, con l’industria tessile identificata come una delle più inquinanti, contribuendo significativamente alle emissioni di gas serra e allo sfruttamento delle risorse idriche.

Al fine di contrastare questa tendenza, la Francia si appresta a introdurre misure che obbligheranno i produttori di fast fashion a fornire informazioni sui conseguenti impatti ambientali e a imporre un sovrapprezzo legato all’impronta ecologica dei loro prodotti, sulla scorta del modello di tassa già applicata in Francia per le automobili ritenute maggiormente inquinanti. Tale tassa per i venditori di fast fashion, che sarà progressivamente aumentata nel tempo (potendo arrivare entro al 2030 fino a 10 Euro per singolo capo di abbigliamento) sarà destinata a sostenere i produttori di abbigliamento sostenibile, al fine di promuovere una competizione più equa e responsabile nel settore.

Più precisamente, il disegno di legge è composto da tre articoli:

  • Ai sensi dell’Articolo 1, i produttori, i distributori e gli importatori dei prodotti di fast fashion saranno tenuti ad includere sulle loro piattaforme di ecommerce, accanto al prezzo, messaggi che incoraggiano il riutilizzo e la riparazione di questi prodotti e sensibilizzano sul loro impatto ambientale. Queste informazioni dovranno apparire su tutte le pagine internet dove i prodotti di fast fashion possono essere acquistati.
  • Con l’Articolo 2 del disegno di legge, viene introdotta la tassa, basata sul principio di responsabilità estesa del produttore (EPR) – allo scopo di incoraggiare le aziende a progettare prodotti più riciclabili e a seguire processi di fabbricazione più sostenibili – prevedendo che il produttore è responsabile di tutto il ciclo di vita del prodotto, dalle materie prime usate sino al momento del suo smaltimento. L’Articolo 2 della proposta, infatti, stabilisce che la tassa imposte su abbigliamento e accessori dipende anche dall’impatto ambientale di tale prodotto, dalle emissioni di carbonio della loro produzione e dal fatto che siano o meno qualificabili come fast fashion.
  • Infine, l’Articolo 3 introduce il divieto di pubblicizzare e incoraggiare la commercializzazione e l’acquisto di prodotti di fast fashion.

Il disegno di legge menziona Shein, il famoso colosso cinese noto per i suoi vestiti e accessori a basso (o meglio, bassissimo) costo, i cui prodotti – qualora il Senato dovesse approvare la proposta – verrebbero indubbiamente tassati. Nel testo della proposta si legge, infatti, che Shein produce in media più di 7.200 nuovi modelli di abbigliamento al giorno e offre ai consumatori oltre 470.000 prodotti diversi, rappresentando un’offerta che è circa 900 volte superiore a quella di un rivenditore tradizionale francese.

La proposta di legge chiarisce, inoltre, che i proventi derivanti da questa tassa e dalle sanzioni saranno destinati alla gestione dei rifiuti tessili (ovvero alla loro raccolta, smaltimento e trattamento), nonché al finanziamento di incentivi per le aziende che adottano pratiche circolari nella produzione di abbigliamento, al sostegno della ricerca e dello sviluppo nel settore fashion, all’aumento del bonus di riparazione (ovvero la possibilità di ottenere un rimborso ogni volta che un indumento viene riparato in una sartoria o calzoleria anziché essere gettato via), e alla promozione di campagne pubbliche sull’impatto ambientale e sulla prevenzione dei rifiuti nel settore della moda.

Su un argomento simile può essere di interesse l’articolo “La responsabilità estesa del produttore (EPR) nella filiera del tessile: quando la moda diventa eco-sostenibile”.

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