Copiare un codice non è una violazione del copyright secondo la Corte Suprema americana

Si è conclusa la lunga battaglia legale tra due colossi americani del tech sulla pretesa violazione di copyright sul software di una delle due società derivante dall’aver copiato alcune linee di codice di un software di proprietà dell’altra con la decisione della Corte Suprema.
Estremamente interessante l’approdo della Suprema Corte degli Stati Uniti, al tempo stesso emblematico del cd. approccio economico al diritto della proprietà intellettuale, caratteristico del sistema angloamericano.

Nella decisione in oggetto, la Suprema Corte opera un’interpretazione ampia della nozione prevista dalla disciplina sul copyright di “fair use” (i.e. utilizzo lecito dell’opera altrui) riconoscendo che non c’è violazione nel caso in cui un soggetto abbia copiato parte del codice di un software.

Facendo un passo indietro, la vicenda ebbe inizio nel 2010, dopo l’acquisizione da parte dell’attrice della società sviluppatrice del noto programma Java.

Poco dopo, la stessa agiva in giudizio contro altra società del settore, sostenendo che quest’ultima avesse sfruttato illecitamente i suoi diritti d’autore sulla API di Java per creare una nuova piattaforma di sviluppo applicazioni per smartphone. In particolare, la condotta contestata consisteva nell’utilizzo da parte della convenuta di una serie di linee di codice – “codici dichiarativi” e SSO – copiati dall’API di Java.

Dopo una serie di rimpalli tra corti di primo e secondo grado (si noti che l’attrice aveva ottenuto ben due decisioni favorevoli avanti alla Corte d’Appello competente) nonché un primo rifiuto della Corte Suprema di occuparsi della questione, quest’ultima ha infine accolto la richiesta di esaminare la causa.

La difesa della convenuta verteva principalmente sulle circostanze che (i) le opere in questione non erano proteggibili ai sensi del diritto d’autore e che (ii) l’utilizzo delle linee di codice della controparte – peraltro limitatissimo se si considera il rapporto con il numero totale delle linee che compongono il software Java – ricadeva nella nozione di “fair use”. Tale utilizzo era stato fatto al solo scopo di agevolare i numerosi programmatori che avrebbero creato la nuova piattaforma e che erano adusi all’utilizzo del linguaggio Java, sullo studio del quale avevano investito negli anni.

La Corte Suprema opta per non soffermarsi sulla questione della proteggibilità di tali opere ai sensi del Copyright Act – che assume proteggibili ai soli fini di poter esaminare la seconda difesa – preferendo invece indagare ove la nozione di “fair use” possa ricomprendere l’utilizzo fatto dalla convenuta. L’esame sulla prima questione si rendeva infatti superfluo dal momento che la Corte riconosceva l’applicabilità nel caso di specie dell’eccezione di fair use.

Secondo il Copyright Act americano (Section 107) il fair use si identifica con l’utilizzo di un’opera protetta, per scopi quali critica, commento, cronaca, insegnamento, ricerca. Nell’interpretare simile nozione occorre valutare: (i) lo scopo e il carattere dell’uso, (ii) la natura dell’opera protetta da copyright, (iii) la quantità e la “sostanzialità” della porzione utilizzata in relazione all’opera protetta nel suo complesso e (iv) l’effetto dell’uso sul mercato “potenziale” o sul valore dell’opera protetta.

La Corte Suprema, prima di esaminare uno per uno tali elementi, opera una premessa: non si tratta di un elenco tassativo e, in taluni casi, si rende necessaria una sorta di interpretazione evolutiva della norma anche in considerazione delle “evoluzioni significative della tecnologia”.

Passando in rassegna i menzionati criteri e adattandone l’interpretazione al mondo del computer software, la Corte conclude che, qualunque sia il criterio considerato, la soluzione del caso propende per l’applicabilità dell’eccezione del fair use.

In breve, secondo la Corte:

  • i codici dichiarativi di Java non costituiscono il “cuore del programma” stesso (la parte di codici cd. di implementazione creativi), godendo quindi di una tutela limitata;
  • lo scopo dell’utilizzo delle linee era di “trasformazione”;
  • far prevalere i diritti del titolare nel caso di specie avrebbe significato diminuire la creatività dei programmatori di cui i codici dichiarativi Java costituivano “la chiave”.

Infine, la Corte conclude richiamando l’approccio economico menzionato in apertura: “il diritto d’autore fornisce l’incentivo economico per creare e diffondere le idee e la re-implementazione di un’interfaccia utente permette al nuovo codice informatico creativo di entrare più facilmente nel mercato”.

Questa decisione potrebbe cambiare notevolmente la strategia delle aziende che sviluppano software perchè la posizione della Corte Suprema consente maggiore flessibilità nel copiare il codice del software altrui senza che la condotta integri una violazione del copyright.

Su un argomento simile, può essere interessante l’articolo: “La CGUE si pronuncia sui limiti applicabili al copyright rispetto al caricamento di film su YouTube senza il consenso del titolare”.